The blogs in other languages

Povero buono, povero cattivo

Nóra Ritók è un’artista e insegnante ungherese. Vive a Berettyóújfalu (regione Hajdú-Bihar, sulla pianura che si stende verso il confine rumeno). Protagonista di progetti (e pratiche) per l’inclusione sociale e a favore di villaggi con popolazione in situazione di povertà assoluta e di svantaggio multiplo; direttrice di una fondazione che, oltre all’aiuto materiale alla popolazione (rom e no), gestisce anche una scuola d’arte. Perché, dice in un’intervista, bisogna prendere il filo da entrambi i capi. Ha un blog dove condivide esperienze e pensieri. Ho tradotto il testo postato oggi. La traduzione non è agevolata dal fatto che la lingua ungherese non conosce i generi grammaticali. Perciò “il povero” leggasi pure “la povera”. L’immagine viene dal sito della fondazione: igazgyongy-alapitvany.hu.
L. Ritók Nóra: Povero buono, povero cattivo
Penso che ci sia qualcosa che non va anche con l’immagine che ci siamo creati della povertà. Per lo meno così mi sembra per il modo in cui ci si relaziona con essa. Questo si vede a tutti livelli, dai commenti alle decisioni. Nella coscienza collettiva si è fissata un’immagine “letteraria” di povertà, molto diversa da quella della realtà del ventunesimo secolo. E ora non voglio introdurre la questione dei rom, anche se senza dubbio un alto numero di coloro che vivono in condizioni di povertà assoluta è rom. Credo che nell’opinione pubblica sia venuta a formarsi in merito un’immagine stereotipata. L’immagine del povero buono e del povero cattivo. E attraverso questa si organizzano le opinioni, i modi di relazionarsi, spesso fino all’odio, ma anche i lavori socialmente utili, l’istruzione, le politiche sociali per la famiglia, tutto. Tutto quanto si discosta dalla dignitosa, buona povertà, è da escludere. La differenza tra le due immagini emerge bene dalle opinioni. L’immagine del povero buono si delinea dalle aspettative. Quella dei poveri cattivi invece dalla loro situazione. Il vestiario del povero buono è logoro, povero ma pulito. Non porta abiti alla moda, nemmeno economici, né lui né il figlio. Aggiusta, rattoppa tutto, tratta visibilmente bene i suoi vestiti, le sue scarpe. Il povero cattivo compra vestiti cinesi da quattro soldi, veste magliette con scritte alla moda, giubbotti colorati, e vuole vestire così anche i suoi figli. Quello che si rompe non l’aggiusta. Non trasforma la giacca sintetica di cinquant’anni fa, ricevuta nel pacco dono, in un cappottino per il bambino. Fruga schizzinoso in quello che altri hanno già scartato invece di ringraziare per quello che riceve. Il povero buono cammina con gli occhi bassi, prende atto di essere povero, non vuole altro, non risponde male. Anche a suo figlio insegna questo: l’abbassare gli occhi. Il povero buono è umile, silenzioso. Accetta ciò che riceve ma non chiede mai, sopporta anche l’ingiustizia senza una parola. Il povero buono sa strare al suo posto. Sa di essere colpa sua di essere povero. Ha capito che è nato lì e che da lì non si può fuggire. Il povero cattivo non accetta la sua situazione. Urla se si sente vittima di un’ingiustizia. Il povero cattivo vuole qualcosa di meglio per il suo figlio. Il povero cattivo cerca di mostrarsi non povero. Suo figlio non si comporta come chi non ha niente. Ha il telefono. E beve la coca cola economica che, naturalmente, il buon povero non farebbe mai. Perché quello beve solo acqua. Il povero buono è parsimonioso. Fa buona economia con i soldi che riceve. Non compra niente di superfluo. Non spende per il cioccolato al figlio, le sigarette per sé. Quando fa la spesa, all’inizio del mese, divide le porzioni del cibo per farlo bastare fino alla fine. Non ingolla tutto subito. E non compra che cose essenziali. Solo ingredienti fondamentali. Perché prepara tutto da sé. Il povero cattivo non sa far bastare i soldi. Ha la faccia tosta di comprare dei dolci ai figli. Fuma. La prima settimana gozzoviglia e poi non ne ha nemmeno per il pane. Se ha soldi, si fa le cotolette. Non ha risparmi, se il figlio si ammala, non riesce a comprargli le medicine. Il povero buono è onesto. È regolarmente sposato. Non ruba mai e non è mai aggressivo. Se è necessario fa la fame, patisce il freddo, se è necessario, va a piedi, guarisce da sé e si seppellisce da sé, non chiede nemmeno in prestito, non vuole far studiare i figli, se glielo chiedono si fa sterilizzare perché non si moltiplichi in modo fastidioso. Non vuole far venire crisi di coscienza a nessuno, fa quello che gli dicono di fare. Il povero buono gradisce quando gli dicono quello che deve fare. Il povero cattivo ruba la legna se i suoi figli hanno freddo. Se gli muore qualcuno in famiglia, prende in prestito dei soldi e vuole il marmo sulla tomba. Non si sposa, si mette semplicemente insieme a uno, a una. Il povero cattivo ha tanti figli e non fa niente per non averli. Il povero cattivo ha il senso della giustizia. Dice quello che pensa e non gli interessa se è scomodo. Lo dice a volte anche a voce troppo alta. “Pure grida, invece di stare a cuccia” –dicono di lui quelli che non sono poveri. Il povero buono è grato. Grato per il lavoro socialmente utile, per il pasto a scuola dei figli, per gli assegni familiari, per il fatto che vive, può vivere. Il povero buono bacia le mani di chi gli da qualcosa. Gioisce anche per le piccole cose e considera un onore ogni attenzione che gli viene rivolta. I povero cattivo è arrabbiato. Vuole vivere meglio, vuole delle opportunità. Non capisce il mondo. Pensava che il mondo in cui c’era la miseria fosse passato. Vuole la tv, guardare la tv è il suo divertimento. Guarda la pubblicità e non capisce perché lui non può avere quelle cose. Non lo capisce nemmeno suo figlio. Anche lui vuole. Vestito, bigiotteria, computer, macchina. Cibo buono, cosmetici, e pure le bibite energetiche. Perché lo merita. Lo dicono anche alla tv. Il povero cattivo non capisce perché non lo capiscono.

vendredi 16 mai 2014

De l’art et du courage pour l’avenir des enfants

A l’est de la Hongrie, deux femmes qui portent le même prénom se battent à leur façon contre l’extrême pauvreté et contre le racisme le plus toléré d’Europe. Dans ces villages  isolés de tout, la population est majoritairement d’origine rom. Pour que les enfants des familles pauvres apprennent à aimer apprendre, Nóra L. Ritók a créé il y a 14 ans une école qui s’appuie sur l’art pour développer les talents. Il y a trois ans, Nóra Feldmár terminait ses études d’écologie industrielle et a rejoint l’association de Nóra avec un projet : accompagner les villageois dans la mise en place d’un chantier de fabrication de briquettes de biomasse. Parce que la maîtrise d’une technologie, même simple, peut changer la vie et les rapports entre les hommes. 
(2/3)
Le talent est présent partout et on peut passer à côté de grands trésors si les potentiels de ces enfants ne s’expriment pas à cause du contexte dans lequel ils vivent”. C’est une autre Nóra qui parle comme ça. J’ai rencontré Nóra L. Ritok le matin de cette journée de printemps. Après un parcours assez épique en train depuis la capitale hongroise, je suis arrivée à Berettyóújfalu,  plus grande (petite) ville de cette micro-région.
Dans l’école un peu particulière qu’elle a créée -une école où les enfants se rendent tous les après-midi pour faire de l’art- Nóra est bien occupée ce matin-là : avant moi, elle a animé une formation puis reçu un journaliste et un photographe du quotidien hongrois Magyar Nemzetpour une interview. La sensibilité de ce journal est proche de celle de la FIDESZ, le parti du Premier ministre Viktor Orbán qui a conservé sa majorité des deux tiers aux élections du 6 avril dernier.
Lorsque mon tour arrive, Nóra m’offre toute son attention. Elle me parle d’une façon très concentrée, décidée à utiliser pleinement ce moment pour me transmettre un peu de sa réalité. Des photos défilent et Nóra me commente ces lieux de vie qui ressemblent à des chantiers jamais finis. “Ces maisons n’ont pas l’eau courante, parfois pas d’électricité. Les familles vivent souvent à six ou huit dans une seule pièce.” Elle ajoute : “Les enfants vont à l’école, mais les enseignants ne vont jamais dans les familles, ils ne se rendent pas compte des conditions dans lesquelles vivent ces enfants”.
Avant, Nóra était elle aussi enseignante dans un établissement scolaire traditionnel. Elle était particulièrement attentive aux enfants rom qui n’avaient rien et qui n’intéressaient pas les autres instituteurs. Il y a quatorze ans, elle décide de fonder une école qui pourrait changer le cours de la vie des enfants pauvres, rom ou pas : un endroit où ils peuvent expérimenter, créer, être félicités, découvrir leur talents et développer le goût d’apprendre. En 2013, l’école a accueilli 650 enfants et jeunes de six à 22 ans. Ils habitent dans les villages alentours et, chaque jour, les équipes éducatives et sociales de l’association viennent les chercher.
Au départ, l’association concentre toute son action sur les enfants à travers l’éducation à l’art. Puis, après quelques années, Nóra se rend compte que, sans le soutien des familles, son action pour les enfants rencontre forcément des limites à un moment ou à un autre.  “Je sais que c’est impossible de changer la façon de vivre de cette grand-mère. Elle n’a jamais rien appris, jamais travaillé. Pourquoi cela changerait ? Mais elle et moi, on peut avoir un lien de partenariat pour les enfants, pour elle,” Nora me désigne la petite fille souriante à côté de la grand mère sur la photo.
Année après année, la Real Pearl Foundation développe donc de nouvelles actions destinées à soutenir les familles : aide alimentaire, activités de broderie pour les femmes, confection de briquettes de biomasse, bourse mensuelle pour les élèves les plus méritants… “Avec cette bourse, toutes les familles comprennent que l’éducation, c’est très important,” révèle l’astucieuse Nóra. Outre ce changement de regard sur l’éducation, l’objectif de l’association est de consolider ces communautés villageoises, de renforcer les capacités de chacun et les liens entre habitants.
Et pour donner une plus grande portée à l’action qu’elle conduit, Nóra L. Ritok a une arme secrète : son blog. Avec sa longue expérience, Nóra sait que son approche, qu’elle appelle lalike méthode, est la seule qui marche avec ces personnes complètement exclues de la société. Dans un blog très suivi, Nóra invite donc les maires, les enseignants ou encore les policiers à privilégier un traitement humain des Roms plutôt que la pression et la discrimination. Dans ses articles, Nóra relate des situations précises jugées inacceptables, sans pour autant citer de nom mais en s’arrangeant pour que les personnes concernées se reconnaissent. “Avec ces personnes-là, le travail est plus difficile qu’avec les Roms. Mais je dois construire aussi avec elles des relations partenariales, je dois continuer à sourire”.
Nóra dégage tout à la fois de la force et de la fragilité. Sa meilleure arme, c’est d’ailleurs sa sensibilité, son empathie en toute circonstance. Elle ne cache rien : révolte, détermination, un peu de fatigue, aussi, devant l’ampleur de la tâche qu’elle s’est choisie. Ses chaleureux sourires et ses gestes empreints d’une grande gentillesse me sont sincèrement destinés. Nora sait que la bataille de l’opinion se gagne pas à pas. Au bout de trois petits quarts d’heure, je suis conquise. Est-ce que les deux reporters de Magyar Nemzet le sont aussi? C’est dans leur voiture que je quitte Berettyóújfalu pour rejoindre le village Told.
Suite et fin dans les prochains jours
*****

ÄKTA PÄRLA STIFTELSE

Barnens konstvärk omvandlas till produkter som sälj i stiftelsens nätbutik: http://shop.igazgyongy-alapitvany.hu/. Föräldrarna, särskilt mammorna engageras att utveckla barnens konstverk, framförallt målerier till olika produkter.

Äkta Pärla Stiftelse är en allmännyttig civil organisation. Stiftelsens huvudsakliga målsättning är grundläggande konstutbildning, talangutveckling, utveckling av socialt underprivilegierade Romska elever, familjeomsorg, och organiseringen av yrkesutbildningskursen.

Äkta Pärla Stiftelsen för konstutbildning är grundad i ett av Ungerns fattigaste områden. Stiftelsen driver en konstnärlig grundskola i sex olika bosättningar i regionen, utbildar 670 barn, 70 % av vilka är underprivilegierade 250 är i djupt fattigdom, merparten kommer från Romska familjer.

För Real Pearl Stiftelsen, konstnärlig utbildning inom mycket fattiga områden betyder utökad pedagogiskt arbete som fokuserar inte bara på barnen och målet är inte enbart konstnärlig utbildning, men även social-utbildningsbakgrunden av barnens familjer, samhällen de lever i. Våra pedagoger arbetar oupphörligt med att involvera barnens familjer i visuella konstnärliga aktiviteter för att utveckla sammanhållningen i samhällen och i familjerna, och att bygga positiva modeller för barnen.

Konstnärliga grundskolor erbjuder extra-curriculum aktiviteter. Dessa är inte del av vanliga grundskolor. De tjänar behoven av elever av olika åldrar, som kommer från olika skolor inom vissa grannskapen. De komplimenterar obligatoriska skolundervisningen och även vänder sig mot barn med särskilda intressen för olika former av konst. Alla barn kan delta, det finns inga specifika krav.

För mer information kontakta: http://igazgyongy-alapitvany.hu/en/ eller på facebook.

Barn måleri: Äkta Pärla Stiftelse

Barn måleri: Äkta Pärla Stiftelse

Barn måleri: Äkta Pärla Stiftelse

Barn måleri: Äkta Pärla Stiftelse

Barn måleri: Äkta Pärla Stiftelse

Från måleri till emalj: Äkta Pärla Stiftelse

Från måleri till emalj: Äkta Pärla Stiftelse

Omvandling av måleri till emalj: Äkta Pärla Stiftelse

Omvandling av måleri till keramik

Telefonhållare

Från måleri till låda

Från måleri till kudde